Fame d’aria
Contro un muro,
Bocche attaccate si muovono non si staccano
Bevono/si-bevono
E penso di tagliarmi lì, sui polsi, dove fa più male del banale,
Lo faremo 4 volte, l’ultima è rimandata, rimandare, di amarsi.
combinazioni mi vagano in testa prima di salire allo stomaco e di nuovo poi la testa
e questa volta visceralmente.
muoio poi non muoio mai
“dalle mie parti l’oblio è l’unico modo per sopravvivere”,
ci vuole stomaco.
Un pezzo di carne fresca in jam session sul bancone sanguinolento,
pesami su una bilancia
voglio il mio scontrino appiccicaticcio, almeno una volta
prima di incartarmi,
e cucinarmi a fuoco lento,
sentirsi masticata tra i denti,
sentire di me
quanto ero buona,
e fresca,
e ben maneggiata
sotto le arti sapienti di chef e mangiatori psicotici e comunisti affamati.
Di. Carne. Fresca.
[SensationSeeker:CacciatoriDiEmozioni]
[1] Sensation
Palle di Mozart: giorni ripieni in perfetto stile “Palle di Mozart”, cose come scioglibili sferette multistrato arrotolate su se stesse. Costano uno sforzo immane: a scartarle prima e a masticarne i sapori poi, che in bocca -imbevuti di saliva opacizzata color cioccolato- si confondono dall’inizio.
La lingua allucinata parla scrive tace, impastata di marzapane&fondente70%noir.
Sazia. Per un po’.
[2] Seeker
Certe performance è vero, riescono male.
Ma ZAK. Capiti davanti agli specchi, ti (ri)vedi -dopo la lotta contro il tuo corpo sformato- infilata a forza dentro al più bel vestito che hai mai avuto, vecchio di molti anni ma cucito addosso come volevi, e insieme vistosamente spogliato di quello che vogliono trapuntarti sulla pelle a colpi di sparaspilli.
Se non se ne capisce un cazzo, affanculo.
Bicchieri solubili di vodka+ strappati al barman-chic, 4 sguardi da “è solo una festa”. E via.
Poche rose bianche, cuori di carta velina sulle vetrate, torta mariage di polistirolo. Candelabri eccessivamente cristallosi, terrazza erotica di
Sul letto, subito appena finito di rifarlo, lui si fa una sega, ma con amore.
E’ una di quelle notti in cui l’alcol ti ha fottuto, dopo che tu hai fottuto ad arte lui. I pochi occhi aperti sono per la schiena sopra-sotto capelli neri, sovversivi in un’unica punta che afferreresti tirando, e con piacevole violenza.
Vuoi incollarti a lei? All’emozione?
Cacciala con foga poco femminea, è fame, labbra voraci, falla a pezzi, ingoiala,
pulsione di lusso.
]Cronacheretrò di una notte a Ostberlin[
Al 7° giorno dio si riposò, mentre a Ostberlin-Alexanderplatz si continuavano a perdere parti del corpo.
Donne imperterrite in cerca di scoperte e della famigerata Karl-Marx-Allee non sapevano più cosa mettere indosso oltre alla solita biancheria intima, alla canottiera, alla maglietta e alla felpa, nonché alle sciarpe improvvisate a momenti anche con le mutande appena stese all’ingresso.
L’incipit era stato dato dal filone “le tedesche ad alta quota hanno la fica secca”, con la hosteSS che obbliga a bere l’acqua che nessuno le ha chiesto e poi conclude con un “PBenen” e un attualissimo gesto da tata nazista.
C'è la chiesa bombardata del cielo sotto; il pretzel al burro e i currywurst con le loro inevitabili conseguenze; un kebab di 30cm. Ricci e volpi passeggiano per strada, causa il verdume del Tiergarenpark al centro della città.
Poi in giro a ricevere il Kreuzberg più dark bevendo birra e malibù e anche quest’anno fotografando cessi. Il tutto rigorosamente al freddo, inciampando su pietre e studiando negozi ok-ok a prezzi stracciati.
Poco prima, scorci invernali dentro la cam, il filo sicily-berlino c’è, e quasi vedo il lenzuolo in bocca che metti sempre la mattina e prima o poi capirò il perché.
Saschenausen.
Lo Judisches Museum segna nelle maschere dalle bocche spalancate, nei rumori assordanti al camminarci sopra come il rumore della vita calpestata esattamente e metaforicamente lì, nella torre noire piena e vuotissima al contempo che stravolge i sensi. “Ci sono alcuni istanti nella vita, rari in realtà, nei quali tutto sembra improvvisamente immobile intorno a te; pochi secondi e un sobbalzo al cuore, una fitta allo stomaco, uno sbattere di palpebre rimettono in moto le banalità del sempre, lasciandoti incredulo dell’emozione vissuta.”
I profili stranieri delle case, dei viali, dei boschi dentro la città; sa di una vita nuova che aspetta e aspetta ancora, nonostante sia passato un anno da certi racconti. Cambiandoci.
Province dell’Io in attesa all'East-side-gallery.
*Non può essere pronunciata una parola in qualche modo VERA*
1#
Dopo la sua morte, l’anno scorso, afferrando come un automa le sue cose per salvarle dalla frenesia della pulizia etnica, trovò una lettera di sua madre “(…) la grande sembra non essere sua. Secondo me, la odia. (…) Io personalmente sono inibita dalla sua presenza, dallo sguardo giudice e dalle critiche di mio marito, spesso accompagnate da parole sprezzanti.”
Finiva così. La piegò senza molta cura, per come era stata conservata, e la infilò nella solita borsa di pezza nera per non ferire suo padre.
Eppure quell’uomo da cui da piccina rifiutava di essere nata partoriva senza fine parole affilate, alienanti, sfregianti l’identità già fragile ed a causa sua.
Lei da bambina era bionda; pensava di essere stata adottata perché troppo diversa da loro, e spesso, dice, sarebbe davvero stato meglio.
“Ti prego chiamami tesoro adesso
mentre piove e l’aria è fredda
e ogni goccia d’acqua che mi sta bagnando
mi parla un po’ di te;
sono giorni che cammino senza meta
portandoti per mano
se anche torneremo uguali a prima non importa
se dovrò mandarmi in cenere
per ritornare a vivere
(…)
io te e la strada
se non si divide il buio
si tradirà sempre la luce.”
2#
Parlavamo di serial killers -questioni di tesi- e mi chiedevi perplesso se a forza di studiarli pensavo di poterlo diventare.
(“quelli di Bilancia sono “omicidi transferali”, ovvero legati alla vendetta per essere stato umiliato da bambino, in cui l'angoscia e l'intolleranza della ferita narcisistica originaria e l'istanza di risarcimento e rivendicazione viene trasferita dal mondo antico infantile all'hic et nunc.”)
....Trovare il modo di salvarsi da tutto questo.
3#
I fiumi, la punto e i blur.
Silenzio, materasso molto rigido, niente aria condizionata. Finestre aperte, zanzariere. Igiene, ordine, detersivi per le pulizie inodori. Accanto, per terra, un materasso blu da campeggio, due piazze, occupata solo mezza. Una mano scende dal lettino verso quella più in basso. 5:40 a.m.: adesso dormire.
Calarsi in te, come in un pozzo un po’ scuro che a poco a poco mi accoglie.
Sorgenti calde a Montevago.
I momenti riemergono come i pezzetti di fango pescati facilmente dal Belice.
Il falò alle 3, i ranci buonissimi, gente che oggi si compenetra perfettamente senza chiedere babysitter da passeggio, “la rivoluzione della tenerezza”, labbra.
Comprerò un kazoo da suonare strepitante in ogni momento, un arnesino viniciano di gioia, dispensatore di bordello e di quel po’ di me che continua a piacermi.
L’isola ammassata nel mezzo del Tevere è lo spettacolo della mia estate, con i due sopra a dire che ”vorremmo restare”.
L’isola mentale di oggi e di 7 giorni fa è il rifugio di me stessa, di noi che guardo fluire come due corsi d’acqua dolce che sanno sfiorarsi, sopravvivendo entrambi. “Music Is My Radar”.
Sentivo sparse le risate distese, ed ero leggera, sotto i 40°.
(“Prima eravamo dei vicoli, ora siamo dei fiumi.”)
(Bisognerebbe lasciarsi-andare così, ma è difficile, non te lo con-sentono.)
4#

[Inizi, Fini, Inizi di fini. Inizi di inizi. L'importante è partire.]
(Il vuoto strutturale è un bestiario medievale, si lotta agb per riempirlo, ma non è un buon motivo per arrendersi o per compiacersi di lui.)
Invasione di ricordi a emivita lunga, pillole a lento rilascio che ti scorrono endovena, intramuscolo, ovunque, medicine un po’ moleste contro la giornata in corso e la sua più o meno normalità.
Ché poi gli attimi più belli sono sempre gli ultimi, quelli di quando senti dentro lo stomaco e non solo nella testa che sta per finire, che si sta per tornare. Esattamente, di quando in via dei Condotti mi sono girata per guardare ancora la scalinata bianca. O degli angoli di strada che preparavano alle divine apparizioni pagane. O di quando la brina di Trevi si appiccicava in faccia: “ricordatela ora”.
Il fiume era mentale e a un certo punto anche realissimo nella musica di quei
E non c’era nulla di non fluido nello (s)correre della notte, il naturale invade nel sonno i 2 clochards che attendono l’n.8, si coprono l’uno col corpo dell’altro, intriso di alcool e di soddisfazione strappata in giro.
E’ stato un bordello, anche meraviglioso.
Volevo, e l’ho preso alla fine, come nelle migliori, odiose, favole in cui cenerentola è la bella sfigata di turno che pena per poi diventare ricca come la matrigna, ma in teoria più buona di lei.
Ricordi indescrivibili che stanno in un groppone, in gola, di fontane lontane che ci siamo portati in minima parte e che è come ci attendessero, senza vita.
Contrappunti operistici e ritornelli in meraviglioso equilibrio rock.
Calligrammi su Trastevere, di me dentro l’acqua, di occhi che si autoaccudiscono prendendosi tutto.
Estremamente, visceralmente affamati di noi.
Affamata di tutto, cibi, posti, ponti e sbronze, ma mi rendo conto solo alla fine, o al ritorno, per mancanza di respiri interiori ed esteriori, senza attimi per sederci, certi giorni, neanche sul cesso.
“Ara pacis di sto cazzo”
“Tutto il resto è fuffa”
(figli di 2 intrugli indefiniti - campo dei fiori)
“Il socché di cozze”
“Raffaello Stanzio”
“Rolling!!”
“Quest’è n’osteria (zaffa)”
“We are against war and tourist menu”
“Io non sono un turista!”
(trastevere - ho detto tutto.)
“Il pacco magari è tutto palla con in mezzo un arosticino da 50 centesimi”
(romanticism - piazza di Spagna)
Oggi, in sintesi, voglia di piangere immensa come sono immensi certi monumenti, certe colonne che fottono il tempo.
[ES.tate]
Per strada, passando accanto al vecchio dignitoso o alla yugoslava che ti chiede un biglietto sul bus, si inizia a sentire il sudore attorno: l’aria di città comincia a farsi grassa, avvolge avviluppante e appiccicaticcia, piena di odori vari di gente; di norma, si fugge negli angoli liberi per ottenere ombra neutra: l’ES.tate è arrivata in Sicilia. ...NordSicilia, del resto non so. La reclusione è finita solo ieri d'altronde; chissà per quanto.
Psichiatria è andata e i sogni anche stanotte hanno fatto il loro (s)porco dovere, mentre il desiderio di vicinanza e di odori noti “è”, e si alterna al maldipancia da parole scabre come la superficie di un muro non intonacato su cui strisciare la pelle.
I gabbiani iniziano ad atterrare lontano dal mare, sopra casa mia, eppure sembri precario, e sento che vorrei rannicchiarmi come bambi, ma la mamma è già morta.
Domani potremo toccarci, e magari leccarci, saliva-medicinale sulle ferite che stentano a rimarginarsi.
“La guerra è finita”, per ora.
*
“La verità si concede solo all’orrore, e per raggiungerla abbiamo dovuto passare da questo inferno, per vederla abbiamo dovuto distruggerci l'un l'altro, per averla abbiamo dovuto diventare belve feroci, per stanarla abbiamo dovuto spezzarci di dolore.
E per essere veri abbiamo dovuto MORIRE." (A. Baricco)
[DannataMente]

1#
Al ritorno da casa della donna la vecchia car è coperta di fiori bianchi. On sul tasto del tergicristallo, un po’ cinicamente e un po’ col dispiacere del cinismo quando più che appartenerti è un dato necessariamente acquisito.
Comunque, era molto romantic vintage il fiorebianco sul verdeacquasvampito, quasi tenero.
Com’è tenero parlare per 2 ore con la lingua secca, ma tutto il resto lì.
2#
Alla fine lei, irraggiungibile madre-psicologa-e-tutto-in-carriera, ti dice tra molti altri complimenti che sei brava e che hai un’ottima predisposizione psicoanalitica. Meglio di quanto avresti sognato, ma non hai ancora le forze (o il coraggio) di farti un applauso.
3#
Il cocco è finito stasera, e con lui anche il sonno; il più bello è stato spaccarlo in pezzi con un martello, furia omicida VS natura presumibilmente morta e commestibile.
(...)
A un certo punto, ciò che si mangia finisce: il piatto resta vuoto; ed era tutto buonissimo, ma adesso il piatto è vuoto, e la fame tornerà; nessuno riempirà ancora quel piatto e qualcosa dentro ti si contorcerà, mentre da fuori prima apparirai finalmente magra e poi ossuta, e sempre di più. Scomparire. Così.
A un certo punto il dolore diventa muto.
E forse anche prima di aver detto tutto.
[Gallina vecchia fa buon brodo]
Moltheni parla, io rileggo parti di cuori scritti a penna e impacchetto questo ossigeno: scorte fresche per l'estate.
In certe zone di Mondello la puzza di pesce è invadente, si infila con forza nelle narici e arriva dritto allo stomaco, ma noi ascoltiamo i modena sulla panchina per lunghi minuti guardando gabbiani nerastri da credere bellissimi.
Stendere i muscoli piano, con rilassatezza, era quello che volevo.
Muscoli mentali dis-tendono braccia e gambe in una bracciata da rana incapace che mi fa sentire addosso il mare con te accanto.
Il mare era nitido e con una fetta di carne cruda galleggiante, ma
“tu sei
acqua che
cade
su di me”.
Passano ore di dolcezze in pastiglie, in regali, in labbra, in sonni; in cazzi mazzi e ramurazzi; gli odori di ciò che si vuole semplicemente ovunque e sul tanfo. Gli stroppoloni fritti, affettati, a etti, gli auguri di Peppino, il padre che mi scassa più degli altri giorni, tanto per gradire, ma è tutto perfettamente al suo posto e noi in sintonia anche senza sillabe sparse in giro. Il twister. Un cuoricino rosso di palloncino. Il tronco del koala. I muffin al risveglioX4 e i miei occhi dopo aver saputo.
...
I miei sorrisi non erano più miei,
Abbiamo resuscitato un morto, Amore.
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- Allora?
Faremo 10 figli oppure finirà e basta?
( )
- Comunque confesso che in momenti di estrema felicità ci ho pensato a fare 10 figli insieme.
- Allora io confesso che ci ho pensato a stare tanto tempo insieme… io e te.
Cioè. Se non va con te con chi deve andare?
“Produzioni seriali di cieli stellati.” Abortiti.
Scarabocchi di pelle pieni di tutta la confusione nera di una notte: il pulviscolo nervoso non solo si respirava, ma si toccava o meglio vedeva, si infilava nei polmoni, li otturava, soffocando le rosee cellule.
Chissà quanto ancora possono allungarsi i non detti, chissà cosa siamo disposti a perdere. Prenderei martelli per frantumarli in mille pezzi sanguinolenti, e con violenza.
*
E’ evidente: il tanti auguri a te è una presa per il culo.
Monto dentro, panna rancida montata si incancrenisce proprio quando c’è un bisogno estremo, viscerale, legato quasi alla sopravvivenza fisica, all’evitamento del crash mentale, di stare bene.
Mi prendo una vacanza neuronale per non impazzire di pensieri e di angosce, assaporerò la città inquinata e il mare, correrò e ammirerò scorci come i vecchi nostalgici… qualcosa per ridare colore agli occhi e ossigeno ai polmoni e rossore alla labbra. Un’iniezione di significato che mi riempia i vuoti lasciati da voi.
E intanto tutto si condensa in nodi alla gola consistenti e tuberosi, li strapperei da me con un qualsiasi arnese infilato in bocca, ma il mal di testa mi mangia parte del cervello molle e inerte, è aggressivo e sfrontato, si mescola al sangue, ai dubbi, alla carne, ed è un patatrak.